“Il loro Natale”: il carcere raccontato dalle donne

Postato il: aprile 17, 2011 da admin No Comments

il-loro-nataleNell’ambito delle attività previste per “Marzo Donna 2011: 8 Marzo e oltre”, organizzate dalla Municipalità 8, la Consulta per le Pari Opportunità di concerto con il relativo Assessorato ha organizzato, presso il Centro “Alberto Hurtado”, la proiezione del film “Il loro Natale” di Gaetano Di Vaio, che racconta in modo viscerale la vita delle donne dei detenuti nel carcere di Poggioreale. Il regista si interessa da sempre di temi sociali: egli stesso ha, infatti, visto aprirsi le porte del carcere e, dopo la detenzione, ha scelto di cambiare il corso della propria vita, fondando un’associazione di volontariato, “Figli del Bronx”, allo scopo di sostenere i giovani di quartieri a rischio, supportandone la crescita attraverso l’utilizzo di molteplici forme d’arte. Le sue precedenti esperienze cinematografiche, “Sotto la stessa Luna” e “Napoli, Napoli, Napoli”, raccontano la vita all’interno dei campi Rom e la realtà del carcere femminile; il secondo film, in particolare, nasce dall’incontro con il regista statunitense Abel Ferrara e vede Di Vaio sceneggiatore di se stesso, raccontando il film, in uno degli episodi, proprio la sua storia ai tempi della detenzione.

Con “Il loro Natale”, Di Vaio si sofferma ancora una volta sul carcere, descrivendo la vita di chi ne subisce il peso pur non essendovi rinchiuso: sono le donne dei detenuti – soprattutto mogli, ma anche madri – le protagoniste assolute del film; loro, che a Scampia detengono nella maggior parte dei casi le sorti delle famiglie, ed i sacrifici che affrontano ogni giorno, da sole, per sbarcare il lunario, per non abbandonare alla dura vita del carcere i loro compagni, cercando – almeno loro – di non varcare il labile confine che sta tra la legalità e la disperazione. Sono donne disposte a svolgere lavori d’ogni genere per guadagnare qualche euro in più da accreditare al detenuto affinché acquisti in carcere generi di prima necessità; donne che riescono ad andare avanti grazie anche alla solidarietà e al sostegno dei vicini; donne ancora innamorate che scelgono di lottare nell’attesa di poter, un giorno, “consumare il proprio amore” e che, nonostante gli errori dei propri compagni, sono disposte a proteggerli dalla realtà esterna, negando i problemi e i sacrifici, fingendo che vada tutto bene, per non addossargli ulteriori sofferenze.

Molti sono i momenti di commozione e di rabbia durante la proiezione; il film lascia il segno nello spettatore, soprattutto c’è lo stupore di chi non conosce la realtà del carcere, di quelli che, per la prima volta, assistono al dolore e alla sofferenza di chi, all’esterno di quelle invalicabili mura, compie la propria lotta per la sopravvivenza.
Di Vaio dà voce a donne altrimenti invisibili, quelle le cui voci si perdono, solitamente, nella chilometrica fila che sono costrette ad affrontare per entrare al carcere di Poggioreale: spesso si mettono in coda già dalla sera prima – non c’è gelo o pioggia che tenga – per poter entrare in orario e visitare il proprio compagno per soli 50 minuti. Tutti cercano di arrivare presto per accaparrarsi i primi posti, quasi come al cinema, ma lo spettacolo che osservano – e vivono – è davvero brutale: lo stress serpeggia tra la folla e la tensione è sempre alta, bisogna combattere per mantenere il proprio posto, senza allontanarsi mai; si sta in fila per ore senza poter andare neppure al bagno. Poi, occorre presentare alle guardie carcerarie il pacco con indumenti e cibo (che non deve superare i 5 kg, altrimenti si è costretti ad eliminare il superfluo) e spesso, dopo la lunga attesa, si rischia di non riuscire ad incontrare il detenuto – la cui eventuale assenza non viene anticipatamente comunicata.
“Questo film non vuole essere soltanto una denuncia delle condizioni estreme vissute dai detenuti e dalle loro famiglie; è soprattutto un segno di speranza – ha affermato il regista. “Innanzitutto perché dimostra che, usciti dal carcere, si può cambiare la propria vita. Io mi sono riappropriato della mia; ho trovato un mio spazio, mi sono impegnato per avere degli strumenti che mi permettono oggi di essere ciò che sono. In secondo luogo, credo che la speranza risieda nelle donne che il film mostra: le conosco tutte, una per una, e sono certo che i loro sacrifici sono reali, che nonostante le condizioni estreme in cui vivono, non si lasciano sedurre dalla vita facile”.

Sara Di Somma (tratto da Fuga di Notizie - Aprile 2011)


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Ben..essere donna - Seconda edizione

Postato il: aprile 12, 2011 da admin No Comments

 

 

Nel ringraziare tutti coloro che sono intervenuti sabato mattina in piazza Giovanni Paolo II per vivere e condividere con noi la manifestazione “Dai sensi alle sensi@bilità”, l’Associazione DREAM TEAM - Donne in rete per la Ri-vitalizzazione urbana invita tutte le donne alla seconda edizione di

 

BEN…ESSERE DONNA

 

 

Giovedì 14 aprile 2011 ore 10.00 presso CasArcobaleno a Scampia la dott.ssa Elena De Rosa incontra le donne dell’area nord di Napoli per riflettere sul benessere e sul senso della cura.

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8 Marzo 2011:ripartono i lavori.

Postato il: gennaio 17, 2011 da admin No Comments

marzo-donna-2010In attesa di ripartire con i lavori che impegneranno l’associazione DREAM TEAM nella progettazione delle attività in vista dell’ 8 marzo 2011, vi riproponiamo l’intervento con cui la Presidente Patrizia Palumbo ha partecipato alla precedente edizione di Marzo donna 2010 “Città: femminile plurale. Vivere, con/vivere, condividere”. Il contributo è stato espresso in occasione del tavolo tematico: Il lavoro delle donne (occupabilità, conciliazione, inclusione e imprenditorialità).

Conviviamo mi era sembrata una parola così bella, quando l’ho espressa in una riunione del forum. Esprimeva in modo assoluto determinati valori che, posso dire, nel mio territorio sono abbastanza radicati, una prospettiva interculturale, se intendiamo la convivialità come la capacità di vivere assieme, riconoscendo che l’altro esiste.
Io lo vedo che esiste, molte sono le donne che incontro giorno per giorno, detengono in larga percentuale il destino e le economie delle loro famiglie e nel sentirmi impotente nell’aiutarle, mi è venuto alla mente ancora un’altro termine: sopravvivere. Si è quello giusto, non ne posso usare un altro, se penso a Cristina, a Marta, a Patrizia, a Lena ecc. Loro sopravvivono, cercando di andare avanti, lavorando precariamente, crescendo i figli, pigliando botte, convivendo con una vita che non offre niente, neanche un po’ di dignità, con la scarsa disponibilità dei servizi sociali. Ogni storia è diversa da un’altra, uno scambio solo di dolore che ti porta a compatirle (nella parte più sublime della compassione).
Allora facciamo questo passo indietro per domandarci: c’è una soluzione a tutto questo? Come possiamo rendere questo territorio vivibile per convivere in pace, condividendo tutte le nostre esperienze? Si era pensato ad una riqualificazione urbana, il ripristino di condizioni di sicurezza per i/le cittadini/e; strumenti di microcredito, promosso da qualificati organismi del Terzo settore e della Finanzaetica, sembravano delle belle idee per aiutare queste donne in un processo di riqualificazione, per portarle alla nascita di piccole imprese. Sono sempre convinta che sarebbe la soluzione ideale, ma sfruttando le risorse del territorio, come piccole cooperative artigianali, da supportare sia nello start up, sia nella crescita graduale che nella concorrenza del mercato straniero, attraverso un monitoraggio costante e competente.
Favorire lo sviluppo personale di donne in grado di promuovere la crescita sociale ed imprenditoriale del territorio.
Creare un polo di servizi, dove si possa crescere culturalmente, cercando di abbassare la percentuale di mancata scolarizzazione, dove si possano accrescere le competenze, con percorsi di accompagnamento, servizi di conciliazione… Piccoli interventi, ma costanti e duraturi, sostegno attivo per l’autodeterminazione e l’affermazione dei propri valori.
Dobbiamo vedere prima dove abbiamo fallito, non perseverare negli errori continuando a portare avanti progetti inutili, bisogna fare un atto di coraggio: un passo indietro e ricostruire.
Se il cambiamento deve venire da noi, facciamo vedere quanto coraggio abbiamo per ricominciare, ma con il piede giusto senza scendere a compromessi, altrimenti saremo sempre al punto di partenza e, quindi, sopravviveremo sempre.

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